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Giovani Imprenditori, tra incoscienza e lungimiranza

Da sempre l’Italia si è dimostrata terra densa di creatività e imprenditorialità. Da una parte il genio e l’innovazione, dall’altra la capacità organizzativa e le spiccate qualità sociali hanno fatto sì che il tessuto produttivo italiano fosse permeato di tante piccole e medie imprese. Le imprese individuali rappresentano quasi il 60% delle oltre 6 milioni di imprese italiane alle quali si devono aggiungere circa 7 milioni di posizioni IVA, ovvero di lavoratori autonomi.
Per i nostri giovani, in questi momenti di forte recessione economica e aumento della disoccupazione la strada dell’imprenditoria può davvero rappresentare una speranza, se non l’unica concreta possibilità.
E’ ormai evidente che il mercato del lavoro, nella costante ricerca di flessibilità, porterà alla progressiva diminuzione di posizioni a tempo indeterminato verso un crescente utilizzo di contratti temporanei caratterizzati da bassi salari e alta precarietà. In un contesto del genere, l’energia, la motivazione e le qualità di un giovane appena uscito dall’università rischiano di essere completamente vanificate se non trovano la giusta via di espressione.
Certo, il partire da giovane, con poca esperienza, verso un’avventura piena di rischio e incertezza può spaventare, ma come testimonieranno le nostre interviste, non è impossibile avere successo e soddisfazioni dalla propria – seppur piccola – attività. 

Se qualcuno di voi ha seguito qualche corso o incontro sull’imprenditorialità, saprà che il requisito fondamentale per proporsi al mondo come imprenditore è avere un’idea. Spesso le questioni su cui il provetto imprenditore è tenuto a riflettere riguardano la fattibilità, l’innovatività, la vendibilità e quindi la redditività della propria idea. Ma non preoccupatevi, la nozione che ad ogni imprenditore corrisponda un’idea innovativa è un mito da sfatare. 

Il prodotto o servizio che porterete sul mercato non deve per forza essere innovativo, non possiamo tutti produrre iPads.
Molto spesso le imprese meno rischiose sono quelle che hanno assai poco a che vedere con un’idea innovativa, considerate per esempio la lavanderia o la gelateria sotto casa, offrono prodotti e servizi assai ben conosciuti ma che, se offerti in un mercato non saturo, hanno ampie probabilità di successo. L’idea da portare avanti quindi non deve necessariamente essere unica e geniale, il più delle volte è sufficiente apportare qualche piccola innovazione nel processo di produzione o distribuzione ed il gioco è fatto. Per esempio, tentando di andare incontro alle nuove tendenze, si potrebbe pensare ad una lavanderia con servizio di ritiro a domicilio o a una bio-gelateria. 

Ogni idea che si rispetti è di per sé un po’ vaga e necessita di concretizzazione. Il Business Plan, o Piano d’Impresa, è lo strumento da utilizzare per portare le idee su un piano più tangibile; è attraverso il business plan che si può valutare la validità di un’iniziativa imprenditoriale e sarà quindi fondamentale redigerlo con cura perché è proprio basandosi sul vostro business plan che banche, finanziatori o eventuali collaboratori decideranno se acconsentire o meno alle vostre richieste.  Si tratta di un documento non troppo complicato, che si sviluppa in una prima parte completamente descrittiva per poi addentrarsi nelle questioni più prettamente economiche e finanziarie.
Tra gli argomenti da sviluppare nella parte descrittiva, oltre ad una presentazione dell’idea imprenditoriale e dell’imprenditore, c’è da soffermarsi a esaminare le caratteristiche del mercato di riferimento, dei clienti e dei concorrenti. Bisognerà descrivere le modalità di approvvigionamento ed i fornitori nonché anticipare le modalità di commercializzazione e distribuzione. Il prodotto o servizio dovrà essere accuratamente delineato e allo stesso modo dovranno essere passate in rassegna le risorse, umane e tecniche, che si dovranno impiegare. Una breve descrizione dei profili professionali dei collaboratori/lavoratori, degli impianti e dei macchinari da utilizzare deve trovar posto nella prima parte del vostro business plan.
Per quanto riguarda la parte prettamente economica invece si tratta di effettuare una stima dei costi, sia fissi che variabili, che riguardano l’attività a regime e gli investimenti iniziali. Anche i ricavi ed il cosiddetto punto di pareggio dovranno essere stimati. In pratica, bisogna chiarire qual è il fatturato minimo da realizzare per coprire gli investimenti e non andare in perdita.
Non ultimo, nel business plan è necessario esporre le fonti di finanziamento su cui l’azienda baserà le proprie finanze. Come reperire il denaro per avviare l’impresa è sicuramente una delle questioni fondamentali da affrontare quando ci si accinge a trasformare l’idea in qualcosa di più concreto. 

Purtroppo reperire fondi non è semplice in questi momenti di crisi, ma un buon business plan può sicuramente aiutare. Chiaramente, chi ha grandi disponibilità finanziarie in famiglia parte molto avvantaggiato e le problematiche si riducono al minimo. Per chi invece parte con scarsi fondi personali, le cose si complicano. I finanziamenti si possono ricevere sia dagli istituti privati quali banche e istituti finanziari, che però oltre ad un solido piano d’impresa hanno anche bisogno di garanzie concrete, sia da enti pubblici. Unione Europea e Regioni in primis elargiscono prestiti, in alcuni casi a fondo perduto, a categorie particolari di imprese, vuoi quelle guidate da imprenditori giovani, da donne, o quelle che si specializzano in settori chiave. E’ necessario chiarire che tali fondi sono difficilmente disponibili in via immediata, spesso si tratta di una lunga ed incerta tempistica e che non è molto facile districarsi tra i vari bandi, quelli comunali, provinciali e così via. Un buon servizio in merito è offerto dall’Unione Consulenti, il cui sito riportiamo qui a lato. Attraverso un intuitivo motore di ricerca si possono ricercare i bandi e finanziamenti attivi, nella propria zona di appartenenza. In aggiunta, alcune associazioni di categoria, come ad esempio la Confcommercio, attraverso accordi con istituti bancari, si offre come garante del vostro prestito, o almeno della metà dell’importo necessario, andando in contro a coloro i quali potrebbero difficilmente offrire alle banche altri tipi di garanzie.



Anche disponendo di finanziamenti e di un valido business plan, l’ingresso nel mercato può non essere così immediato.  
Prima di tutto per tutti coloro che preferiscono costituire una società invece che intraprendere un’impresa individuale si renderà necessaria una visita al notaio per redigere un atto pubblico di costituzione della società. In ogni modo, l’apertura della partita iva presso l’Agenzia delle Entrate e l’iscrizione al Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio della provincia dove ha sede legale l’attività sono passaggi obbligatori per qualsiasi tipologia di azienda. Da non dimenticare inoltre un viaggetto agli uffici di Inps e Inail per sistemare la propria posizione e quella di eventuali dipendenti. Non ultimo, le questioni fiscali, i libri contabili devono essere vidimati o presso un notaio o presso la stessa Camera di Commercio. Inoltre, a seconda del settore della vostra attività, potranno essere necessari altri documenti e/o certificazioni, sanitarie e ambientali in primis. 
Nonostante alcuni tentativi di rendere più snello il processo di apertura di un’impresa attuati dai vari governi negli ultimi 15 anni, secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, l’Italia, risulta ancora al 78° posto nel mondo per la facilità di fare business. Ironicamente si potrebbe dire che la burocrazia italiana serve da “screening device”: solo gli imprenditori decisi e con molte capacità riusciranno a farcela. 

Pubblicato su DUEMILA, mensile culturale del centro nord. Con Luca Spataro.

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